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Aberrazioni ottiche

http://demonstrations.wolfram.com/LensAberrations/

Anche se le lenti sono otticamente perfette, senza irregolarità o difetti di costruzione, un fascio di luce non monocromatico è soggetto a cammini geometrici differenti quando attraversa un sistema ottico; ne consegue che l’immagine finale sarà soggetta a deformazioni rispetto all’immagine ideale che si vuole ottenere come prevista dal modello matematico che descrive il sistema ottico: queste differenze sono chiamate aberrazioni.

Naturalmente ogni strumento ottico può avere uno o più difetti di aberrazione; in ogni caso ognuna di esse possono essere limitate o eliminate con l’utilizzo di accoppiamenti con vetri in funzione del tipo di aberrazione: se i difetti formazione dell’immagine si formano sull’asse ottico avremo aberrazioni assiali, altrimenti si parla di aberrazioni extra assiali.

Ci sono solo due tipi di aberrazioni assiali: sferiche e cromatiche. Le aberrazioni sferiche sono dovute al fatto che, in una lente, i raggi marginali rifratti da una lente proveniente da una sorgente monocromatica (laser, per esempio) e non convergono tutti in un solo punto, ma nell’intorno di esso (sempre sull’asse ottico) ad una distanza minima e massima rispetto al fuoco nominale della lente. Questi punti si chiamano fuochi marginali. La differenza dei due fuochi marginali da un’indicazione dell’aberrazione della lente; questo difetto può essere eliminato o ridotto sia in caso di lenti o specchi. In pratica l’effetto visivo che si osserva guardando con una lente affetta da aberrazione sferica è un’immagine sfocata.

L’Hubble Space Telescope (HST) fu una delle vittime più famose affetta da fenomeni di aberrazione sferica: mandato in orbita nell’Aprile del 1990, già nel Giugno dello stesso anno gli astronomi notarono dalle immagini trasmesse a terra alcuni dubbi sulla sua precisione ottica. Infatti dopo le prime foto, alcuni tecnici iniziarono a presentare delle riserve e capirono che si trattava di uno dei difetti più diffusi in ottica: aberrazione sferica. Gli scienziati capirono che il problema era di molto tempo fa, durante l’assemblaggio dello specchio: un componente del primario era stato assemblato in maniera sbagliata con un errore di misura di 1,3 mm. Il risultato era uno specchio primario deformato dove ai bordi risultava più piatto del previsto (1/50 dello spessore di un foglio).

La NASA si rese conto che era necessaria una nuova missione Shuttle. Fu progettato il COSTAR (Corrective Optical Space Telescope Axial Replacement). Il COSTAR altro non è che una serie di bracci meccanici che sorreggono 5 ottiche correttive: la luce raccolta dal primario veniva riflessa su questi specchi correttori che avevano una curvatura tale da eliminare l’aberrazione iniziale.

This comparison image of the core of the galaxy M100 shows the dramatic improvement in Hubble Space Telescope’s view of the universe. Fonte: http://hubblesite.org

La missione dedicata alla riparazione avvenne il 2 Dicembre 1993 con il lancio dell’Endevour (STS-61); gli astronauti portarono il telescopio nella stiva di carico ed effettuarono la riparazione con una serie di EVA (Extra Veicular Activity). Venne inoltre installata una nuova fotocamera Wide Field Planetary Camera (WF/PC2) al posto della precedente e furono sostituiti due pannelli solari per risolvere problemi di oscillazione.

Nel caso di lenti o specchi l’aberrazione assiale può essere corretta o limitata correggendo la curvatura della lente oppure, nel caso di specchi, con una lastra correttrice (chiamata lastra di Schmidt). L’aberrazione assiale residua è chiamata aberrazione sferica zonale.

Vediamo ora l’aberrazione cromatica:

 \frac{1}{f} = (n(\lambda{})-1) (\frac{1}{R_{1}}-\frac{1}{R_{2}})

la formula sopra riportata è l’equazione fondamentale dell’ottica; essa dice che per calcolare la distanza focale di una lente occorre conoscere i due raggi di curvatura della lente (con le dovute convenzioni dei segni) ma anche dall’indice di rifrazione \lambda{} del mezzo n. L’indice di rifrazione a sua volta è funzione della lunghezza d’onda. Se consideriamo sorgente puntiforme non monocromatica, avremo che ogni singolo componente del fascio luminoso incontrerà una lunghezza focale diversa, e quindi l’immagine risultante non è concentrato in un unico fuoco. La massima aberrazione cromatica si avrà come differenza della distanza focale ottenuta quando consideriamo le due lunghezza estreme nell’intervallo del visibile dello spettro ottico (rosso e blu). Una lente positiva è sempre cromaticamente sotto corretta mentre una negativa è sempre sovra corretta.

Per correggere una lente affetta da aberrazione cromatica assiale occorre introdurre sempre due lenti: una positiva ed una negativa fatte di vetri diversi; in tal caso si ottiene un sistema ottico acromatico. La correzione però riguarda solo i valori estremi dello spettro visibile, ma non per quelli intermedi: la lente quindi soffrirà sempre di un’aberrazione cromatica residua. E’ possibile aggiungere una terza lente alle prime due per ottenere una correzione cromatica sulle tre lunghezze d’onda principali (rosso, verde e blu) per garantire un’immagine migliore; in tal caso si ottiene un sistema ottico apocromatico.

Un sistema ottico affetto da aberrazione cromatica si riconosce perché l’immagine che genera è circondata da un alone colorato, come se ci fossero più copie della stessa immagine con colori differenti leggermente spostate una rispetto all’altra, risultato della messa a fuoco della stessa sorgente a diverse distanze focali.

Ci sono invece tre tipi di aberrazioni extra assiali: coma, astigmatismo, curvatura di campo/distorsione. Una lente è affetta da coma quando i raggi che provengono da una sorgente luminosa in maniera obliqua rispetto all’asse non vengono messi a fuoco alla stessa distanza focale e sullo stesso asse; l’immagine risultante allora non è puntiforme ma ha forma obliqua ed allungata come quella di una cometa (coma). Questo è dovuto al fatto che in lenti con tali difetti l’ingrandimento cambia a seconda della direzione del raggio sorgente (tangenziale o sagittale). In un’immagine il coma è visibile maggiormente ai bordi della foto rispetto al centro in cui i raggi luminosi percorrono un cammino parallelo all’asse ottico.

In uno specchio il coma si può ridurre diaframmando l’apertura (limitando la presenza dei raggi più esterni), mentre in una lente occorre accoppiarla con altre. Un sistema ottico privo di coma si dice aplanatico.

L’astigmatismo è un difetto che consiste nel differente valore della lunghezza focale della lente a seconda del piano incidente della sorgente luminosa ed è dovuto a difetti nei due piani di simmetria della lente (asse principale e perpendicolare). In pratica è come se la lente avesse due piani con lunghezza focale differenti ortogonali fra loro. Se abbiamo una sorgente puntiforme monocromatica, un modo semplice per identificare l’astigmatismo è quello di muoverlo lungo l’asse principale della lente avanti ed indietro ed osservare l’immagine risultante: se l’immagine che si forma varia da un segmento orizzontale che mano a mano si riduce ad un punto per poi allungarsi di nuovo in verticale. L’astigmatismo si può verificare anche nell’accoppiamento di due lenti perfette (prive di qualsiasi difetto): basta che vengano accoppiate fuori asse per ottenere un sistema astigmatico.

Lente affetta da astigmatismo
Lente affetta da astigmatismo – disegno dell’autore

Un sistema ottico privo di astigmatismo si chiama anastigmatico.

Distorsione/curvatura di campo: supponiamo che la nostra sorgente sia un quadrato: come sarà la sua immagine in un sistema ottico affetto da questo tipo di aberrazione? Dato che l’immagine ottenuta da superfici ottiche sferiche non giace sullo stesso piano, ma su calotte sferiche, quindi più ci si allontana dall’asse ottico principale, più distorta sarà l’immagine che si forma; l’effetto visivo è quello di un barilotto, ovvero la nostra immagine sarò un quadrato deformato con i lati trasformati in archi di circonferenza ove alcuni punti saranno più vicini al centro dell’immagine, altri più lontano. Quanto maggiore è la lunghezza focale, tanto maggiore sarà la curvatura di campo.

Lente affetta da distorsione/curvatura di campo
Lente affetta da distorsione/curvatura di campo (effetto esagerato) –  disegno dell’autore

Matematicamente l’effetto si può quantificare in termini di errore quadratico medio; un sistema ottico privo di distorsione si dice ortoscopico.

Riferimenti

  • L’astronomo dilettante – Sansoni

Sphaerae Coelestis et planetarum descriptio

De Sphaera estense - Tavola XXII

Il “Sphaerae coelestis et planetarum descriptio”, chiamato anche semplicemente “De Sphaera estense”, è un trattato di astrologia-astronomia, decorato su pergamena datato attorno al 1470 presumibilmente da Cristoforo de Predis, un miniaturista milanese. Dal punto di vista filologico l’opera è un codice membranaceo (formato di fogli di pergamena), anepigrafo (senza titolo) e adespoto (senza nome dell’autore) che consta di un unico fascicolo di otto fogli, sedici carte numerate con riquadri ortogonali in rosso e rigatura all’inchiostro; la scrittura è semigotica libraria in rosso seppia e azzurro nei disegni astrologici e in rosso e azzurro nei distici al piede delle tavole.

La presenza in quarta pagina di stemmi sforzeschi fa pensare che l’opera fosse stata commissionata per la corte sforzesca di Milano, quindi vent’anni dopo il manoscritto giunse alla corte degli Estensi a Ferrara come dono di nozze da parte di Galeazzo Sforza alla figlia Anna Maria in occasione del suo matrimonio con Alfonso I d’Este.

Il trattato è composto da una serie di illustrazioni miniate e disegni astronomici accompagnati da brevi descrizioni in latino medievale; le pagini centrali sono dedicate alla parte astrologica dell’opera e dipingono una rappresentazione allegorica dei pianeti con la loro – possibile – influenza sulla vita degli uomini arricchite con versi poetici a tema.

Il contesto storico in cui si colloca il “De Sphaera estense” è l’inizio del Rinascimento; un periodo in cui era ancora ben radicata la dottrina Tolemaica e Aristotelica. Negli anni in cui fu composto il trattato, la concezione geocentrica dell’Universo rappresentava ancora la cosmologia più accreditata negli ambienti europei: le orbite dei pianeti, posti a una distanza progressiva dalla Terra, erano descritte da un complesso sistema di epicicli-deferenti utili a giustificare le osservazioni sperimentali. L’opera trae molta ispirazione dal “De Sphaera Mundi”, un trattato astronomico di Giovanni Sacrobosco del 1230 che ebbe molta diffusione in Europa nel Medioevo, con particolare riguardo le tavole che affermano la sfericità della Terra, le orbite, il moto dei pianeti e la concezione tolemaica e geocentrica dell’Universo. Per quanto riguarda il contenuto all’aspetto della Luna e alla teoria degli epicicli-deferenti, l’opera fa riferimento ai lavori di Georg Peuerbach (astronomo e matematico austriaco del XV secolo) in particolare all’opera “Theorica nova planetarum”.

Il testo del trattato è distribuito in 25 tavole dal carattere artistico, scientifico e poetico il cui contenuto è qui di seguito brevemente descritto:

Tavola I

  • Teoria dei campi di visibilità della sfera terrestre e celeste: orizzonte visibile (circulus sensibilis) e grandezza della Terra.
  • Teoria della diversità dell’aspetto della Luna rispetto al Sole (diversitas aspectus lunae a solem).
  • Circolo dei pianeti e loro movimento (moto progrado e retrogrado)

Tavola II

  • Forma dell’Universo e divisione della sfera celeste in tredici elementi concentrici (terra, acqua, aria e fuoco) unitamente ai sette pianeti conosciuti.
  • Il moto dei pianeti: moto solare, lunare ed orbite.
  • Teoria dei nodi lunari e delle fasi lunari.

Tavola III

  • Movimento dell’acqua (orbis aquae) in connessione col movimento solare.
  • Teoria geocentrica e dimostrazione mediante il principio della piccolezza della Terra rispetto al firmamento.
  • Teoria della variazione apparente della grandezza dei pianeti in rapporto alla loro posizione.

Tavola IV

  • Eclissi lunari e orari di visibilità per le longitudini di Roma e Parigi.

Tavola V

  • Eclissi di Sole e Luna.
  • Tavola dei climi dell’emisfero settentrionale tra la zona torrida e il polus articus.
  • Teoria del moto di Saturno, Giove e Marte.

Tavola VI

  • Coordinate dei climi.

Tavola VII

  • Araldica: disegni che richiamano chiaramente topografia e pianura lombarda. L’inserimento nel quadro d’insieme di animali e piante conferiscono alla tavola anche un significato allegorico.

Tavola VIII – IX

  • Rappresentazione del pianeta Saturno tramite figure allegoriche.

Tavola X – XI

  • Rappresentazione del pianete Giove tramite figure allegoriche.

Tavola XII – XIII

  • Rappresentazione del pianeta Marte tramite figure allegoriche.

Tavola XIV – XV

  • Rappresentazione del Sole tramite figure allegoriche.

Tavola XVI – XVII

  • Rappresentazione del pianeta Venere tramite figure allegoriche.

Tavola XVIII – XIX

  • Rappresentazione del pianeta Mercurio tramite figure allegoriche.

Tavola XX – XXI

  • Rappresentazione della Luna tramite figure allegoriche.

Tavola XXII

  • Rappresentazione dello Zodiaco con le costellazioni durante l’anno.

Tavola XXIII

  • I quattro elementi e loro proprietà.

Tavola XXIV

  • I quattro elementi in relazione alle quattro stagioni e le quattro età dell’uomo.
  • Schema delle fasi lunari con descrizione delle parti illuminate nel periodo dal novilunio al plenilunio.

Tavola XXV

  • Teorie degli equinozi, solstizi, distribuzione e durata del giorno e della notte.

Il De Sphaerae Coelestis et Planetarium è considerato il più bel libro illustrato risalente al Rinascimento e uno degli ultimi documenti astronomici-astrologici scritti prima della grande rivoluzione galileiana che separò definitivamente la scienza dalla credenza.

Attualmente l’opera è conservata presso la Biblioteca Estense di Modena; in alternativa è possibile sfogliarlo online a questo indirizzo: http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/mss/i-mo-beu-alfa.x.2.14.pdf

 

Bibliografia

  • Il “De Sphaera estense”, Pietro Puliatti – Poligrafiche Bolis Bergamo 1969
  • Significato dei termini filologici: Enciclopedia Treccani on-line.

Eliofanografo

Eliofanografo

Recentemente, in vacanza, mi sono imbattuto in uno strumento che ha attirato la mia attenzione, in quanto molto simile ad un orologio solare ma chiaramente non completo (non riuscivo ad esempio a trovare lo gnomone ed altri piccoli dettagli …).

Mi trovavo sull’altopiano di Cima Paganella (2125 m) presso l’Osservatorio Meteorologico dell’Areonautica Militare, dove vi è collocata una stazione meteo fissa con diversi strumenti tra cui pluviometri, anemometri …

Ho chiesto informazioni al personale addetto su questo particolare strumento (vedi foto): si trattava di un eliofanografo.

L’eliofanografo è uno strumento in grado di misurare la quantità di radiazione solare che giunge a terra durante il giorno basandosi sulla quantità di luce che incide su una striscia graduate di materiale fotosensibile.

Lo strumento è costituito da una lente sferica convergente che concentra i raggi solari su un punto lungo un arco meridiano su cui viene incisa una scala graduata; il raggio di uscita dalla lente si concentra localmente su un punto della scala graduata. A fine della giornata, una volta che il Sole ha percorso tutta l’eclittica, il nastro ha registrato una serie di bruciature più o meno intense da cui è possibile risalire all’ora (locale) della misura a seconda dell’intensità della bruciatura (legata alla quantità di insolazione). Il nastro viene sfilato dalla sua sede, i dati di insolazione analizzati ed archiviato; il mattino dopo dopo ovviamente, si cambia il nastro e lo strumento è pronto per una nuova serie di dati.


Ecco Le parti principali dello strumento:

  • Una lente sferica trasparente convergente di circa 10/15 cm di diametro (misura fatta ad occhio).
  • Un sostegno che regge la sfera per i poli; l’asse della sfera che passa per i poli di sostegno deve formare con il piano orizzontale un angolo pari alla latitudine del luogo (46.143 N per la stazione della Paganella). Questa accortezza viene risolta allentando un morsetto di cui è provvisto il sostegno finchè un indicatore sullo stesso non si posiziona lungo il valore di latitudine del luogo e quindi stringendo nuovamente il morsetto (in pratica la stessa procedura per impostare l’orientazione di un telescopio). In questo modo al mezzogiorno vero locale (cioè quello del posto) i raggi solari son perpendicolari all’asse.
  • Un arco meridiano graduato fotosensibile: l’arco presenta le stesse suddivisioni orarie di un orologio solare (questa caratteristica è quella che ha attirato la mia attenzione). Dato che i raggi si devono concentrare in un punto su questo arco, la distanza dell’arco dalla sfera deve essere pari alla distanza focale della lente (altrimenti “non è a fuoco”).
  • Un supporto per la lente ed piedistallo che regge il tutto (l’analogo di una montatura per un telescopio).

Per il corretto funzionamento, occorrono inoltre le stesse accortezze da impiegare per il posizionamento di un telescopio amatoriale:

  • Lo strumento deve essere posizionato in un luogo libero da ostacoli. L’eliofanografo va posizionato possibilmente in direzione sud per raccogliere la maggior quantità di raggi luminosi.
  • Lo strumento deve essere posto su una superficie piana e livellata.

Al fine di verificare meglio lo stazionamento dello strumento, si controlla a fine giornata la linea di bruciatura sulla striscia: deve essere parallela alla linea longitudinale mediana della stessa. In pratica si controlla che la linea di bruciatura debba rimanere parallela rispetto ai bordi della striscia: i prolungamenti ideali della stessa con i bordi della striscia non devono intersecarsi. Se così non fosse allora lo strumento non è posizionato correttamente sulla latitudine del luogo e bisogna verificare che il piano che contiene la striscia fotosensibile passante per il centro della sfera deve coincidere con il piano dell’equatore celeste.

Ecco i dati dalla stazione in diretta:

ed ecco sua posizione GPS:

 

 Bibliografia