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Molti Universi – Parte II

Sebbene a partire dalla metà degli anni ’90 sappiamo che l’Universo stia ancora accelerando (e quindi creando lo spazio-tempo), alcuni ipotesi a latere della teoria dell’inflazione prevedono che alcune regioni avrebbero rallentato la loro espansione prima di altre, formando delle bolle (regioni) isolate tanto da dare luogo universi a se stanti (detto modello Universo inflazionario); si tratta di un processo inflativo inarrestabile ed eterno in grado di far emergere nuovi universi, in cui ogni bolla rappresenta un universo a se stante: noi viviamo in una di queste.

N possibili universi Ui fra loro incomunicabili. Il nostro universo reale e’ U1; gli altri sarebbero nati dal rallentamento inflattivo di alcune zone dello spazio. Disegno dell’autore.

Ed ecco quindi il collegamento con il pensiero di Everett: questi universi non esistono in uno spazio reale, ma solo in termini di probabilità; ogni volta che un osservatore (o un fenomeno fisico) provoca il collasso della funzione d’onda che descrive in maniera probabilistica lo stato quantico del sistema, nascono nuovi universi (una quantità pari al numero di eventi possibili) ognuno dei quali viene a realizzarsi un possibile esito dell’esperimento. Se per esempio consideriamo un evento descritto da tre possibili esiti, allora ogni esito si realizzerà in un universo bolla distinto U1, U2 e U3. Noi, osservatori, possiamo sperimentare solo uno di essi, pertanto sperimentiamo la presenza solo di uno di essi, quello in cui la funzione d’onda collassando ha dato luogo all’esito che abbiamo sperimentato.

Quanto puo’ essere grande ognuno di questi universi – bolla? Che relazione c’e’ fra il supposto rallentamento dell’espansione di alcune zone dell’Universo con la dimensione della bolla?

Proviamo a rispondere con delle considerazioni cosmologiche basate sull’eta’ dell’Universo secondo la Teoria del Big Bang. Per avere un’idea della grandezza del nostro Universo (e quindi un’idea delle dimensioni degli universi bolla) partiamo dalla sua eta’. Il nostro Universo possiede circa 13,7 miliardi di anni; a partire dall’era della ricombianazione (380.000 anni), esso si trovava nelle condizioni di temperatura tali da renderlo trasparente alla radiazione elettromagnetica; la luce era in grado di propagarsi nello spazio alla velocita’ c, un limite fisico invalicabile. Supponendo un Universo statico, possiamo pensare di calcolarne la dimensione con la formula s = v * c e associare tale misura alla dimensione del nostro universo bolla; un simile calcolo pero’ e’ sbagliato, in quanto non tiene conto del processo di continua espansione dell’Universo.

Consideriamo ora un osservatore posto in un qualsiasi punto P nel nostro Universo e chiediamoci quale sia la sua dimensione tenendo conto dell’espansione: esso sara’ limitato dallo spazio percorso dalla radiazione elettromagnetica che, dall’epoca della ricombinazione ad ora, e’ riuscita a raggiungere il nostro osservatore che nel frattempo si e’ allontanato a causa della creazione dello spazio – tempo dovuto alla espansione cosmologica dell’Universo. Chiamiamo questa distanza doss. La luce quindi durante il suo viaggio ha dovuto percorrere uno spazio molto maggiore rispetto all’ipotesi dell’Universo statico; questo significa che la radiazione (luce) che si trova ad una distanza superiore a doss non potra’ mai raggiungere l’osservatore. Dato che il limite doss e’ uguale in ogni direzione di vista, la regione che la racchiude rappresenta la sfera di dimensione massima dell’Universo rispetto all’osservatore locale P: tale regione di spazio-tempo si chiama universo osservabile di P. Per l’osservatore in P, potrebbero esistere oggetti celesti che si trovano sempre al di fuori del suo orizzonte osservabile (poiche’ si trovano ad una distanza ancora non coperta dal tragitto della luce, perche’ non ha avuto il tempo per coprirla) e oggetti che, in futuro, potranno sparire dal suo orizzonte cosmologico. In ogni caso, l’osservatore si trova in una regione di spazio-tempo incomunicabile con le regioni esterne al suo orizzonte cosmologico: solo cio’ che si trova all’interno di esso, e quindi all’interno del suo universo – bolla, potra’ essere non solo osservato, ma anche soggetto agli eventi ed alle leggi fisiche.

A causa dall’espansione dell’Universo, nell’intervallo di tempo (t1 – t0) la luce deve percorrere la distanza supplementare (d2 – d1). Se la creazione dello spazio-tempo avviene a velocita’ superiore di c, la luce proveniente dalla galassia G2 non fara’ mai in tempo a raggiungere G1. La galassia G2 col tempo si trovera’ fuori dall’universo osservabile doss della galassia G1. Disegno dell’autore.

Concettualmente e’ come se il nostro osservatore si trovasse all’interno di un buco nero ove l’orizzonte cosmologico rappresenta l’analogo all’orizzonte degli eventi. Tutto cio’ che vi e’ all’interno e’ misurabile in senso deterministico e in senso probabilistico in quanto racchiude tutte le infomraizoni dnecessarie alla descrizione del sistema. Alcuni ricercatori, fra cui Gott ha provato a fare una stima di massima dell’ordine di grandezza della dimensione dell’universo osservabile, e quindi indirettamente anche dell’unverso – bolla, considerando lo spazio percorso da un fotone dall’epoca della ricombinazione ad ora: il risultato e’ 92 * 109 anni luce, ove si ricorda che un anno luce e’ pari a 9,4 * 1012 Km. Complessivamente si tratta di una dimensione indubbiamente grande.

È possibile provare sperimentalmente l’esistenza del multiverso? Si tratta di un’impresa veramente ardua, visto che ogni singolo universo non può essere messo in comunicazione con altri equivalenti, tuttavia Yasunori Nomura (professore di fisica dell’Università della California a Berkeley) sostiene che la presenza di molti universi abbia influenza sulla curvatura del nostro Universo.

Visto che gli universi bolla, sebbene di dimensioni molto grandi, hanno dimensioni finite, una condizione necessaria alla validità della teoria del multiverso comporta una curvatura negativa dello spazio dell’Universo in cui viviamo. In un Universo a curvatura negativa per esempio, la luce non viaggia più in linea retta fra due punti, ma descrive una curva che rappresenta in ogni caso il percorso più breve (geodetica) all’interno dello spazio in cui è definita la metrica. Questo significa che se viviamo in un universo bolla all’interno di un multiverso allora la curvatura dello spazio del nostro Universo è negativa, ma non e’ vero il contrario: non basta una curvatura negativa per avvallare la validità della Teoria del Multiverso, in tal caso occorre valutarne numericamente la quantità.

Ad oggi, sempre grazie all’analisi della radiazione cosmica di fondo e al contributo della topologia applicata alla cosmologia sappiamo che, all’interno degli errori di misura, il nostro Universo è piatto; questo vuol dire, banalmente, che per in ogni punto dello spazio è possibile applicare il Teorema di Pitagora (con le sue conseguenze). Non possiamo per ora, ipotizzare altro se non rischiando di entrare in speculazioni, certamente la strada è ancora lunga, ma è interessante notare come una tesi di dottorato di 60 anni fa (1957), abbia ritrovato vigore in un campo così fertile come la cosmologia.

Riferimenti

Molti Universi – Parte I

Anche se puo’ sembrare una fantasia, il titolo del presente articolo potrebbe contenere un fondamento di verita’, almeno secondo le idee di alcuni riceracatori e studiosi del secolo scorso; secondo questi ultimi, il nostro Universo, potrebbe far parte di un impianto cosmologico piu’ grande in cui esistono piu’ universi. Se per qualcuno puo’ sembrare mera speculazione, per altri si e’ trattato di formulare una teoria che in modo coerente potesse estendere e spiegare due concetti attualmente fra loro incompatibili: il mondo atomico dominato dalla meccanica quantistica con il mondo della realta’ macroscopica.

Al contrario di quello che succede nel mondo macroscopico dove esiste una relazione causa – effetto, quello che succede nel mondo microscopico, a livello atomico, è legato alla meccanica quantistica, ovvero in termini di probabilità. Questa natura probabilistica è intrinseca della natura; non dipende dallo strumento di misura o dalla sua approssimazione: semplicemente esiste.

Consideriamo ad esempio la posizione di un elettrone; matematicamente è descritta da una funzione (funzione d’onda ) che e’ in relazione con la probabilità di trovarlo in una certa posizione: finché non effettuiamo la misura (la verifica di un evento) esso si trova ovunque all’interno della sua nube elettronica di probabilità.

Caratteristiche della funzione d’onda: il modulo quadro e’ proporzionale alla P(x,t) e la sua totalita’ indica la certezza dell’evento

L’elettrone si trova in uno stato di indeterminazione che viene risolto solo dopo aver portato a termine la misura: in questo modo l’indeterminazione scompare per far emergere un valore (l’esito della posizione). Semplificando, è come se la misura faccia collassare la funzione di probabilità P(x, t) al valore che l’osservatore sperimenta. La misura cambia lo stato del sistema quantistico (livello microscopico) facendo emergere un risultato ben definito nella realtà macroscopica: questa spiegazione si chiama interpretazione di Copenaghen, dal nome della città in cui negli anni ’20 Bohr, Heisenberg ed altri studiosi formularono questa idea. L’interpretazione di Copenaghen era, ed è ancora, la spiegazione più diffusa ma a partire dalla metà degli anni ’50 è iniziata ad affiancarsi la teoria del multiverso grazie ai lavori di un fisico americano Hugh Everett (1930 – 1982).

Il fisico Hugh Everett. Durante i suoi studi ebbe modo anche di lavorare sul tema della sicurezza nazionale per per il governo americano. Fonte: http://www.azquotes.com/quote/1121460

Inizialmente non venne presa molto sul serio, finché negli anni successivi le venne data maggior spazio negli ambienti accademici. Rispetto all’interpretazione di Copenaghen la Teoria del Multiverso (o Molti Universi) ha comunque il pregio – seppur non dimostrabile – di essere coerente, elegante e di cercare di uniforare due visioni differenti della Natura.

Il concetto alla base dell’ipotesi di Everett consiste nel considerare anche l’osservatore come parte integrante del sistema quantistico; in tal modo sia l’esperimento che la misura contribuiscono sullo stesso piano al collasso della funzione di probabilità. Quando l’osservatore con il suo strumento effettua la misurazione di uno stato quantico (supponiamo per semplicità di considerare solo due stati A e B) contribuisce in maniera probabilistica al risultato dell’esperimento: il fatto che noi nella realtà osserviamo il collasso della funzione in uno solo dei due stati (A, per esempio) significa che abbiamo sperimentato solo una delle due possibili realizzazioni del processo di misura (la nostra realtà), ma esisterà una seconda realtà parallela in cui il risultato della misura dello stato quantico sara’ B. In quest’ottica l’esito dell’esperimento si sdoppia in due realtà contemporanee in due universi distinti secondo la probabilità di occorrenza dell’evento; noi vivendo solo in uno dei due universi (il primo) sperimentiamo solo uno dei due (universo in cui il risultato della misura è A) senza interagire con l’altro universo che sperimenterà il risultato B.

Interazione fra mondo quantistico (a sininstra) e mondo reale (a destra). In ogni Universo si sperimenta solo uno dei possibili esiti distinti. Disegno dell’autore.

Il concetto si generalizza ad ogni possibile scelta associata alla distribuzione di probabilità: n possibili esiti ognuno di probabilità di realizzazione Pi (x) con 1 ≤ i ≤ N, daranno luogo a n possibili risultati, ognuno sperimentabile nel suo universo locale. Il film Sliding Doors (1998) rappresenta un buon esempio per spiegare questo concetto: la protagonista sperimenta due vite parallele ed indipendenti che nascono in seguito ad un evento che crea un bivio nella sua vita ad inizio film (perde il treno della metropolitana). Nella teoria dei Molti Universi ogni interazione fra il mondo quantistico (microscopico) con il mondo reale (macroscopico) causa una ramificazione della realtà in funzione delle opzioni di scelta; ogni possibile esito avrà luogo in un proprio universo distinto e isolato dagli altri. L’osservatore quindi può sperimentare solo il suo esito, quello all’interno del suo Universo – realtà.

Quale connessione c’è fra lo spazio degli eventi, e quindi gli Universi – esito, con il nostro Universo attuale in cui esistiamo? A parte speculazioni, gli astronomi hanno cercato di formulare delle ipotesi eleganti a partire dalla teoria attualmente più accreditata dell’evoluzione del nostro Universo: il Big Bang.

Dallo studio della radiazione cosmica di fondo sappiamo che l’età dell’Universo è di circa 13,8 miliardi di anni: e che a partire dai primissimi istanti dopo il Big Bang (10-35 secondi) l’Universo ha subito un’espansione enorme in un istante di tempo brevissimo (10-30 secondi) che ne ha aumentato le dimensioni di un fattore di 1030. Questa espansione, che va sotto il nome di teoria dell’inflazione, si è compiuta a velocità superluminali  (la Teoria della Relatività lo consente, in quanto solo l’informazione non può superare tale limite) ed è una dei pilastri della Teoria del Big Bang. Il significato che sottende questo processo non è ancora chiaro; si suppone sia dovuto alla rottura della simmetria delle equazioni che cercano di descrivere (dovrebbero) le interazioni fra le quattro forze fondamentali: la Teoria del Tutto

(continua).

Riferimenti

Terra – indipendenti

Mappa geologica di Marte

Quest’ultimo passo, se e quando avverrà, consentirà agli astronauti (e quindi all’essere umano) di diventare indipendenti dalla Terra sotto ogni punto di vista (perlomeno nei giorni di permanenza nello spazio profondo, ad esempio su Marte). In ogni caso è un obiettivo a lunghissima distanza dai giorni nostri. La NASA non fa neanche una previsione futura, ma se vogliamo proporre una data, quest’ultima la collocherei dopo gli anni ’40.

In quest’ultima fase Marte gioca un ruolo fondamentale, per cui vale la pensa fare un breve richiamo di geologia marziana. La storia di Marte si divide in tre epoche principali:

  • Noachiana: da 4,5 miliardi a 3,7 miliardi di anni fa. Un’epoca in cui Marte era soggetto ad un’intensa attività tettonica e idrogeologica. E’ il periodo della differenziazione emisferica.
  • Esperiana: dai 3,7 miliardi a 3 miliardi di anni fa. Il pianeta da umido si trasforma in secco. Si ha la formazione di permafrost profondo anche 100 metri. L’acqua si nasconde nel sottosuolo e nelle calotte polari. Il clima è sconvolto dalla perdita di atmosfera marziana. Si forma il Mons Olympus.
  • Amazzoniana: da 3 miliardi di anni fa ad oggi. E’ caratterizzata dalla fine dell’attività vulcanica, presenza di tempeste di polvere e riduzione violenta del ciclo dell’acqua.
Mappa geologica di Marte
Mappa geologica di Marte. Fonte: Marte – ultima frontiera. Edizioni Il Mulino

La geologia marziana è importante perché aiuta i planetologi ad identificare un possibile luogo di atterraggio della missione marziana. Di recente (Ottobre 2016) si è tenuto un primo workshop NASA con lo scopo di identificare una lista di 50 zone candidati di possibili luoghi di atterraggio. Possiamo riassumere il risultato nei seguenti punti:

  • sono siti in una fascia di latitudine compresa fra 50° intorno all’equatore. Si tratta di una fascia dal clima più mite ed uno spessore della crosta non troppo elevata tale da poter estrarre l’acqua dal sottosuolo con “più facilità”.
  • Devono trovarsi in una zona atta a garantire atterraggi sicuri e dare la possibilità agli astronauti di condurre operazioni logistico/scientifiche con facilità.
  • Devono garantire la possibilità di estrarre tonnellate di H2O in buona quantità sia per uso quotidiano che come riserva di emergenza.

Inoltre occorre studiare e sviluppare tecnologie per l’estrazione e l’uso di risorse locali, principalmente H2O e O2, non solo per la sopravvivenza ma anche come propellente per il rientro in orbita marziana prima di affrontare il viaggio di ritorno verso la Terra. Sono ancora allo studio o in fase di sperimentazione tecniche per l’estrazione H2O dal terreno marziano ed O2 dalla tenue atmosfera marziana. Le prossime missioni (2020) porteranno con sé i primi esperimenti (MOXIE) per implementare queste tecnologie basate su celle di combustibile inversa. Per quanto riguarda l’H2O sappiamo che ce né in abbondanza in tutto il Sistema Solare, e Marte non fa eccezione. Le sonde europee e americane come le MRO (Mars Reconnaissance Orbiter) che mappano la superficie ed il sottosuolo marziano ci hanno dato conferme che l’acqua su Marte è effettivamente presente nel sottosuolo nelle basse profondità del terreno dell’emisfero boreale (si stima che si possa trovare H2O anche circa 10 metri dal sottosuolo) sotto forma di ghiaccio. Ci sono buone ipotesi circa il fatto che miliardi di anni fa la maggior parte dell’emisfero boreale fosse completamente sommerso da un oceano d’acqua profondo poco meno di 50 cm, ma quando poi il clima è cambiato, questa sia in parte evaporata ed in altra parte percolata nel sottosuolo.

Il cratere da impatto Hephaestus Fossae fotografato da Mars Express (2207), situato ad un sistema di canali. I lobi indicano che l’impatto è avvenuto in una zona molto umida
Il cratere da impatto Hephaestus Fossae fotografato da Mars Express (2207), situato ad un sistema di canali. I lobi indicano che l’impatto è avvenuto in una zona molto umida. Fonte: m.esa.int

Ora il clima su Marte è secco, freddo e arido, in cui periodicamente si sollevano tempeste di sabbia in grado di oscurare l’intero pianeta per mesi bloccando la luce solare in superficie; questo vuol dire che gli astronauti non possono fare affidamento solo sui pannelli solari per ricavare l’energia per uso quotidiano. Inoltre, poiché Marte si trova a circa 1.5 u.a. la quantità di radiazione che riceve (a parità di altre condizioni) è meno della metà di quella che riceve la Terra, i pannelli solari non garantiscono una fonte di energia continua e affidabile. Occorre portare su Marte più generatori a fissione nucleari come i radioisotope thermoelectric generator (RTG) basati su 238Pu. Anche gli aspetti di comunicazione vanno rivisti: a causa della distanza variabile Terra – Marte, la comunicazione risente di ritardi compresi fra 4 e 20 minuti: i due pianeti non sono sempre in linea di contatto diretto, quindi un sistema di satelliti, o una parziale riprogrammazione delle sonde tuttora al lavoro su Mate, è necessaria per garantire un sistema di trasmissione radio affidabile ad alta velocità con correzione degli errori.

La (sfortunata) sonda Schiaparelli ci ha ricordato anche la difficoltà di atterrare su Marte: bassa densità atmosferica e gravità di 1/3 di quella terrestre son fattori che di certo non aiutano per rallentare la velocità di discesa di una sonda, anche con paracadute aperto. Per permettere un atterraggio in condizioni di sicurezza di un equipaggio umano occorre studiare e testare nuove metodologie di rallentamento di velocità (aerobraking) che sfruttano come freno la tenue atmosfera marziana unitamente alla retro propulsione, cioè razzi ausiliari in grado di effettuare un atterraggio morbido su Marte. Il successo dell’operazione dipenderà da una navigazione precisa, dalle condizioni meteo e dalla conoscenza delle forze che agiscono sulla navicella.

Se per atterrare su Marte si richiedono sforzi tecnologici ancora in fase di sviluppo, lo stesso possiamo dire per la fase di rientro a Terra. Si suppone (perché ancora nulla è definito, ci sono solo ipotesi in merito) che il rientro da Marte avvenga in due fasi: una prima fase gli astronauti lasciano il suolo marziano con un veicolo di ascensione chiamato MAV (Mars Ascending Vehicle – di cui non esiste ancora alcun progetto) fino ad effettuare un rendevouz in orbita marziana con il veicolo di supporto costituito dal modulo abitativo, il modulo SM e CM della Orion; questo complesso viene spesso chiamato ERV (Earth Return Vehicle). A questo punto, una volta trasferiti gli astronauti nel modulo abitativo, sganciato nuovamente il MAV e posto in orbita di parcheggio marziana, gli astronauti possono lasciare l’orbita marziana per il viaggio di ritorno secondo precisi trasferimenti orbitali (orbite di trasferimento a minima energia nello spazio 3D) fino al rientro nei pressi del sistema Terra – Luna. Si tratta di una fase che, si pensa, sarà affrontata nel decennio degli anni ’30, ma le agenzie spaziali hanno definito, anche in questo caso, delle linee guida/caratteristiche che il MAV dovrà/potrebbe avere:

  • Potrebbe essere un modulo pre assemblato ed inviato dalla Terra assieme alla strumentazione con una serie di vettori SLS – cargo negli anni precedenti la missione umana.
  • Dovrebbe essere in grado di recuperare il combustibile da solo, estrarlo dalla superficie/sottosuolo/atmosfera marziana e stivarlo in un luogo sicuro per anni.
  • Il MAV dovrà garantire l’operatività per anni nello spazio sotto l’effetto di radiazione e agenti atmosferici marziani.
  • Il MAV deve garantire la sopravvivenza fino alla fase di rendevouz in orbita marziana con l’ERV. Una volta esaurito il suo compito sarà mantenuto in orbita marziana di parcheggio.
Prototipo Earth Return Vehicle: SM, CM (Orion), habitat e MAV
Prototipo Earth Return Vehicle: SM, CM (Orion), habitat e MAV. Fonte: edizione italiana de http://www.nationalgeographic.it – Novembre 2016

Abbiamo quindi tutti gli elementi da mettere insieme per ipotizzare un possibile scenario di missione. Ovviamente non c’è ancora nulla di definitivo (troppo presto) ma, anche qui, possiamo idealizzare come avrà luogo una possibile missione umana su Marte. Quello che segue è solo una delle tante ipotesi che prevedono l’utilizzo di tecnologie descritte nei paragrafi precedenti.

  • Decenni prima della missione umana, e una volta identificato il luogo di atterraggio, una serie di lanci a cadenza programmata (sfruttando le opposizioni marziane) con vettori SLS cargo premuniranno a portare le attrezzature, strumentazioni su Marte e il MAV in orbita marziana. L’uso della tecnologia SEP sarà fondamentale.
  • Al momento opportuno, dalla Terra una serie di vettori SLS porterà in orbita lunare DLRO i moduli abitativi, mentre in seguito, un secondo vettore SLS porterà in orbita terrestre gli astronauti all’interno di una navicella Orion (SM e CM).
  • Una volta testata la strumentazione di bordo gli astronauti proseguono per un rendevouz in DLRO (o dopo lo spostamento in orbite HEO) per agganciare il modulo abitativo. Da qui si inseriranno in orbita di trasferimento per Marte con tecnologia chimica (non SEP) fino a entrare dopo 7/9 mesi di viaggio in orbita marziana.
  • Rendevouz in orbita marziana con il MAV e discesa su Marte e permanenza di circa 500 giorni sul suolo marziano (sopravvivere per tutto questo periodo); quindi ascesa con MAV e incontro con l’ERV. Il MAV si sgancia e si metter in orbita di parcheggio per essere riusato in un futuro.
  • Inserimento in orbita di ritorno per la Terra, e dopo 7/9 mesi di viaggio, rientro in orbita DLRO lunare, dove è posto il modulo abitativo e il SM. La sola navicella Orion (CM) s’inserisce in orbita di trasferimento terrestre e ammara nel Pacifico.

Come si vede, si tratta di una serie di operazioni complesse che non appartengo ancora al bagagli o di competenze attuali, visto che ancora deve essere sviluppata o testata la tecnologia su cui si basano. Tuttavia, come dice la NASA, Marte è un obiettivo molto ambizioso e “alla nostra portata”. Occorre sicuramente tantissimo denaro (centinaia e centinaia di miliardi di dollari) ma soprattutto una ferrea forza di volontà. Si tratta di un obiettivo che, se attuato, vedrà coinvolgere paesi e culture differenti, per collaborare per un unico grande e nobile obiettivo: la sopravvivenza del genere umano. Nello spazio, infatti, la collaborazione è necessaria per il raggiungimento di un obiettivo: non esistono frontiere o muri che dividono perché tutto, anche l’operazione più banale, può essere complicato e diventare fonte di problemi.

Un’ultima osservazione: quando si parla di “andare su Marte” viene da chiedersi perché spendere soldi per andare su un altro pianeta? Ebbene, la risposta è semplice: per migliorare la qualità della vita sulla Terra. Gli investimenti in tecnologie spaziali hanno sempre ricevuto, ancor prima delle missioni Apollo, un enorme ritorno in tantissime aree. Il fatto di portare l’Uomo ai suoi limiti, impone lo sviluppo di nuove metodologie cui tutti usufruiranno nella vita di tutti i giorni: riciclo dei rifiuti, produzione di cibo, tecnologia medica, trasporti, sostenibilità ambientale, elettronica, medicina, biotecnologie, IT ….


La NASA mantiene un sito (spinoff.nasa.gov) in cui elenca annualmente tutti brevetti che sono stati registrati  in diversi ambiti grazie agli investimenti ndell’industria aerospaziale (è già disponibile quest’anno quello relativo del 2016).  Infine, lo spazio è anche prestigio e lustro per i paesi che investono nei progetti che partecipano all’obiettivo.

Riferimenti e bibliografia