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Spazio e geometria – Parte III

Strutture su larga scala. L’Universo intero è costituito in gran parte da spazio e macro strutture quali ammassi, galassie, … dal punto di vista locale è molto disomogeneo.

Mano a mano che aumentiamo il fattore di scala, la disomogeneità dell’Universo diventa sempre meno evidente, tanto che per dimensioni maggiori di 100-150 Mpc, gli astronomi hanno dimostrato che possiamo considerare con molta buona approssimazione l’Universo omogeneo e assai vuoto: la densità media della materia è meno di un atomo d’idrogeno per m3 e lo spazio rappresenta l’ingrediente principale. Poniamoci ora la stessa domanda: qual è la geometria del nostro Universo? Che proprietà possiede? Sappiamo già dalla Teoria della Relatività che la massa curva lo spazio-tempo, quindi di conseguenza, quando consideriamo sistemi planetari, galassie, super ammassi … anche il nostro universo è localmente curvo, in altre parole non è piatto, ha curvatura positiva ovvero non vale più la geometria euclidea. Possiamo generalizzare questo concetto? La capacità di identificare la geometria dell’Universo (piatta, positiva o negativa) è legata alla quantità di materia totale in esso contenuto.

Torniamo un attimo indietro nel tempo, e precisamente nel 1929, quando a formulò, grazie alle sue osservazioni sulle cefeidi con il telescopio di Monte Wilson, la legge che porta il suo nome. Le ipotesi di base per la validità della legge (empirica) di Hubble sono la presenza di un Universo isotropo ed omogeno:

  • isotropo: significa che il comportamento dell’Universo è uguale in ogni direzione.
  • omogeno: perché non esiste un punto di vista preferenziale dello spazio all’interno del nostro Universo: qualsiasi luogo dell’Universo è staticamente equivalente.

Questi due ipotesi sono alla base di quello che i cosmologi chiamano principio antropico. La legge di Hubble dice che:

V = H0 * D

Dove v è la velocità radiale di recessione, H0 è la costante di Hubble e D è la distanza dell’oggetto dall’osservatore. Dal punto di vista storico, la costante di Hubble, a dispetto del nome, cambia nel tempo (grazie a misure di spettrografia più precise). Il più recente e accurato valore di H0 è 67,15 Km/s/Mps.

Legge di Hubble
Legge di Hubble. Fonte: vialattea.net

La legge sancisce che, considerato qualsiasi punto P dell’Universo, le galassie si allontanano da esso in maniera proporzionale di un fattore H0 simmetricamente in ogni direzione. L’effetto recessivo delle galassie viene misurato con analisi dello spettro; si nota infatti che le linee spettrali delle componenti galattiche sono più spostate verso la lunghezza d’onda del rosso, rispetto al caso in cui le galassie abbiano una posizione relativa statica. Questo effetto viene chiamato red-shift e consiste in almeno due componenti:

  • red shift gravitazionale: dovuto al moto proprio delle galassie influenzate dalla galassie vicine.
  • red shift cosmologico: dovuto alla creazione dello spazio tempo nell’Universo e che trascina con esso le galassie, come la trama di un palloncino che si gonfia separa sempre più due punti qualsiasi sulla superficie dello stesso. E’ la causa dell’espansione dell’Universo.

La componente cosmologica è di gran lunga maggiore di quella gravitazionale, che pertanto, per il nostro obiettivo, possiamo trascurare. Dato che la forza di gravità è attrattiva, e il nostro Universo si sta espandendo, la domanda che ci poniamo è la seguente: la quantità di materia dell’Universo (sia barionica che oscura) è sufficiente ad arrestare l’espansione, oppure è troppo poca?

C’è un trait d’union molto importante fra la quantità di materia (o densità) nell’Universo, e tipo di geometria che è stato rilevato da Friedmann (1888 – 1925) nel 1922 – prima ancora che Hubble scoprisse la sua legge – in cui si lega l’espansione dell’Universo con le equazioni della relatività sotto le ipotesi di validità del principio antropico. Friedmann espose come, in funzione della densità critica, si possa determinare la geometria dell’Universo e quindi la sua curvatura. In particolare, definì il valore limite di densità critica:

ρ0 = 3 H02 / (8 * π *G)

come valore di separazione fra uno Universo chiuso o aperto: il valore ρ0 rappresenta un valore limite. Se ci fosse una quantità di materia insufficiente a contrastare la gravità allora l’espansione sarà inarrestabile e il nostro Universo avrà una curvatura negativa. Contrariamente, se ci fosse abbastanza materia a sovrastare la forza gravitazionale l’espansione si arresterebbe e la gravità avrebbe il sopravvento: questo implica che il nostro Universo avrebbe una curvatura positiva. Esiste anche una terza via, ovvero che nell’Universo è presente una quantità di materia in grado di contro bilanciare esattamente la forza di espansione in modo tale che l’espansione decelererà fino ad arrestarsi (in un tempo infinito).

La faccenda si riduce quindi a calcolare Ω = ρ / ρ0, dove ρ rappresenta la densità di materia totale nell’Universo e vedere in quali dei seguenti tre casi ricadiamo:

  • Ω < 1: l’Universo ha curvatura negativa, quindi in una geometria iperbolica.
  • Ω > 1: l’Universo ha curvatura positiva, quindi in una geometria ellittica.
  • Ω = 1: l’Universo è piatto, quindi in una geometria euclidea.

Allo scopo di determinare il valore di ρ, gli astronomi hanno continuato il loro lavoro di esplorazione percorrendo a ritroso nel tempo la storia dell’Universo. Come in un vecchio nastro che si riavvolge per tornare al capo, così gli astronomi fecero per studiare gli istanti iniziali del Big Bang pensando di trovarsi di fronte ad un Universo in decelerazione. Lo studio della radiazione cosmica di fondo (Cosmic Microwave Background Radiation) è stato di basilare importanza per lo studio della forma dell’Universo. Grazie ad esperimenti con palloni aerostatici (BOOMERANG e MAXIMA) e all’utilizzo di missioni satellitari (COBE, WMAP e Planck) abbiamo un’immagine molto definita dell’eco del Big Bang espressa in termini di una radiazione a microonde (pari ad una temperatura di corpo nero a 2,7 K) che permea tutto lo spazio.

Radiazione cosmica di fondo
Radiazione cosmica di fondo. Fonte: en.wikipedia.org

Il fatto interessante è che tutta la quantità di materia che abbiamo oggi nell’Universo è descritta dalla distribuzione di radiazione raccolta dalle sonde quando l’Universo aveva l’età di circa 380.000 anni. Tramite l’analisi delle fluttuazioni dello spettro della radiazione di fondo, è possibile calcolare con precisione:

  • Grandezza delle macchie e fluttuazioni di temperatura
  • Dimensioni angolari e distribuzione delle anisotropie.
  • Effetti di diffusione della luce (gli effetti di scattering).

Tutti questi elementi consentono di giustificare la distribuzione spaziale di materia (e quindi implicitamente la densità di materia) nell’Universo, cioè la curvatura dell’Universo così come lo vediamo oggi.

La CMBR contiene tutte e sole le informazioni di cui hanno bisogno i cosmologi per lo studio della geometri dell’Universo, in particolare il contributo percentuale di ognuno al valore finale di densità di materia complessiva.

Spettro di potenza della CMBR
Spettro di potenza della CMBR

Gli astrofisici hanno così individuato che l’Universo è costituito da diversi tipi di materia:

  • Materia barionica (quella che si può vedere e toccare, per intenderci): la sua densità ρbar rappresenta circa il 4% della densità totale di materia.
  • Materia oscura: è responsabile dell’esistenza dei grossi ammassi di galassie in termini di coesione gravitazionale. Gli astronomi hanno dedotto che questa rappresenta circa il 30% di tutta la materia (densità ρosc).

Con questi valori di percentuale, manca ancora una frazione notevole di massa per giustificare la quantità totale materia pari a circa 70%. Per trovarla dobbiamo tornare negli anni ’90 quando lo studio di Supernovae Ia rivelò che l’Universo sta accelerando: gli astrofisici hanno messo in relazione la percentuale di densità mancante (ρesp) con la quantità di massa-energia che sta causando l’espansione dell’Universo. Si tratta di una forma di energia non gravitazionale, che gli astronomi suppongono sia legata alla densità di energia del vuoto (ad oggi non abbiamo altre certezze) ed è stata introdotta per permettere alla densità di materia di raggiungere il valore critico che già si registra nello spettro delle fluttuazioni di temperatura della CMBR. In pratica dai risultati delle missioni spaziali ricaviamo il valore di densità critica, sappiamo che l’Universo accelera, che l’accelerazione è causata da una forma di energia (oscura), e mettiamo in relazione questa quantità mancante l’energia oscura in modo che tale quantità raggiunga il valore di ρ rilevato dalle misurazioni. Nessuno sa ancora di cosa sia costituita questa forma di massa-energia oscura, ma gli astrofisici la mettono in relazione con L, ovvero la costante cosmologica che Einstein nel 1917, introdusse nelle equazioni della Relatività generale, per giustificare – secondo la sua interpretazione – un universo statico. Possiamo quindi dire che la densità di materia dell’Universo è la somma di tre termini:

ρ = ρbar + ρosc + ρesp

Queste analisi hanno portato alla conclusione che viviamo in un Universo la cui densità di materia complessiva ρ è molto vicina al valore critico ρo con una percentuale di errore molto piccola, pari al 2%. Ciò vuol dire un valore di Ω molto vicino a 1: incredibilmente questo valore ci porta alla conseguenza più evidente che ad oggi:

Compatibilmente con gli errori di misura, il nostro Universo è piatto o molto vicino alla piattezza, senza bordi ne confini, con un orizzonte dell’Universo visibile pari a 13,7 miliardi di anni luce, all’interno del quale valgono i teoremi e le preposizioni della geometria euclidea, descritta e studiata già 2300 anni fa da un matematico greco.

Bibliografia

  • Amedeo Balbi: La musica del Big Bang – Springer Edizioni

Da Newton ad Einstein

Parallelamente lo studio e la comprensione della luce, portano nella seconda metà del XIX secolo, alla descrizione unificata dei fenomeni elettrici e magnetici; nasce la teoria dell’elettromagnetismo che vede come risultato finale la formulazione delle equazioni di Maxwell (1831 – 1879). Nella comunità scientifica nacque quindi l’esigenza di estendere i risultati della meccanica classica ‘newtoniana’ in modo da considerare anche i risultati ottenuti dall’elettromagnetismo.

Frontespizio dei 'Principia' di Newton
Frontespizio dei ‘Principia‘ di Newton

Gli scienziati, partendo dalle conoscenze teoriche di Galileo e Newton, si chiesero allora se era possibile identificare in che mezzo si propagasse un’onda elettromagnetica (per esempio la luce), ed ipotizzarono l’esistenza di un mezzo etereo, che permea l’intero spazio, da assurgere come punto di riferimento immobile rispetto a tutti gli oggetti, e quindi anche alla luce stessa, entro la quale essa doveva muoversi.

L’esistenza di questo ipotetico mezzo veniva giustificata se consideriamo i fenomeni ondulatori della luce; così come un’onda sonora si propaga nell’aria (o in un altro mezzo) anche la luce avrebbe dovuto propagarsi in questo mezzo chiamato etere.

Dato che doveva muoversi rispetto tutti gli oggetti, ovviamente anche la Terra non avrebbe dovuto far eccezione, e nel 1887 gli scienziati Michelson (1852 – 1931) e Morley (1838 – 1923) condussero una serie di esperimenti basati sul fenomeno dell’interferenza della luce in diverse condizioni per cercare di capire se era possibile rilevare il moto della Terra rispetto all’etere, ma i risultati furono negativi: non c’era alcuna evidenza di un moto di composizione della luce rispetto all’etere; la velocità della luce – che in fisica si indica con c – era sempre costante (oggi sappiamo che vale 299 792 km/s). Le leggi di composizione delle velocità galileiane continuavano a essere incompatibili con l’elettromagnetismo e la ricerca (o rassicurazione) di un sistema di riferimento assoluto per la descrizione dei fenomeni fisici rimaneva una chimera.

Si deve aspettare l’inizio del secolo successivo, e precisamente nel Giugno 1905, quando Albert Einstein (1879 – 1955) pubblica un articolo dal titolo “Zur Elektrodynamik bewegter Körper” (ovvero, “Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento”) sugli annali di fisica: lo scienziato non crede che esista un sistema di riferimento assoluto né all’esistenza di un mezzo di propagazione per la luce (così come mostrano gli esperimenti sull’etere). Se le trasformazioni galileiane fossero valide per tutti i fenomeni fisici, allora sarebbe possibile avere un valore della velocità della luce c diverso da un sistema di riferimento inerziale a un altro.

Occorre quindi abbandonare definitivamente le trasformazioni di Galileo, ed estendere il concetto di relatività galileiana aggiungendo un nuovo principio (relatività ristretta) per studiare anche i fenomeni elettromagnetici con una teoria priva di contraddizioni; eccoli: 

  • Non esiste alcun sistema di riferimento inerziale privilegiato; e le leggi fisiche sono le stesse in ogni sistema inerziale (Galileo).
  • La velocità della luce c è uguale in ogni sistema di riferimento inerziale (Einstein).

La velocità della luce diventa quindi un’invariante del sistema che non dipende dal sistema di riferimento: questa nuova ipotesi porta necessariamente ad una diversa definizione di simultaneità degli eventi sempre salvando il concetto di causalità (poiché se c è costante per ogni sistema di riferimento cambia ciò che osserviamo): ciò che lo è in un sistema non lo è per un altro, un orologio in movimento appare sempre più lento ad un osservatore fermo.

Anche il tempo deve essere rivisto: non è più un concetto assoluto ma dipende dall’osservatore; affinché le trasformazioni galileiane tengano conto di ciò, Einstein introduce un fattore correttivo e una coordinata temporale come quarta dimensione oltre alle tre classiche spaziali.

Le nuove equazioni del moto vengono aggiornate con un fattore correttivo basato sulle trasformazioni di Lorentz (1853 – 1928) che rappresentano un’invariante per le quattro equazioni di Maxwell. Tra le conseguenze meno intuitive (ma assolutamente vere) della relatività ristretta abbiamo la dilatazione dei tempi e la contrazione delle lunghezza di un oggetto nella direzione del moto per un osservatore fermo, mentre per un osservatore solidale con l’oggetto in movimento la lunghezza non cambia.

Facciamo un altro esempio: una macchina ferma in sosta ad un parcheggio: la macchina sta compiendo l’intero suo moto nel tempo ma è immobile nella dimensione spaziale; quando il proprietario mette in moto e riparte allora una quota del moto complessivo che prima era solo nel tempo viene trasferita nello spazio, quindi la velocità nel tempo rallenta.

Ovviamente possiamo descrivere il moto di una macchina con il solo l’ausilio della fisica classica (quella di Newton e Galileo), perché anche se son sempre presenti, le variazioni di lunghezza e tempo in questo caso sono veramente trascurabili; ma entrano in gioco e non possono essere trascurate quando abbiamo a che fare con velocità prossime a quelle della luce. In definitiva i concetti di spazio e tempo non sono più separabili, ma esiste uno spazio-tempo indivisibile come se fosse un oggetto fatto di unico blocco che viene visto sotto diversi angoli (fette temporali diverse) in funzione dell’osservatore in moto relativo (analogia tratta dal libro “L’Universo elegante di Brian Greene).

Sembrava quasi fatta, ma erano ancora esclusi dal principio di relatività i sistemi non inerziali, ovvero per i sistemi che sono in moto accelerato rispetto a un altro, cosa cambia? E’ possibile estendere il principio di relatività ristretta anche a essi?

Seguiamo il pensiero di Einstein e facciamo un esperimento mentale, o Gedankenexperiment, come era eccezionalmente capace lo scienziato tedesco. Andiamo nello spazio, e consideriamo un’astronave isolata (anche essa senza oblò), in modo tale che un osservatore al suo interno non possa avere punti di riferimento esterni. Se supponiamo che l’astronave si trovi isolata (cioè l’unico corpo presente nel nostro esperimento o comunque talmente lontano da corpi celesti da rendere totalmente trascurabile la forza di gravità), su di essa non agisce alcuna forza e il nostro osservatore (o astronauta) è privo di peso e fluttua liberamente al suo interno; cambiamo ora la situazione e supponiamo per esempio che la stessa astronave (senza oblò) con lo stesso astronauta al suo interno si trovi all’interno di un campo gravitazionale (per esempio quello terrestre) e sia in caduta libera (quindi in accelerazione) verso il corpo celeste responsabile del campo: ebbene lo stesso astronauta continuerebbe a fluttuare al suo interno e non riuscirebbe a notare alcuna differenza perché l’ accelerazione della caduta cancella la forza di gravità.

Per Einstein i due effetti sono equivalenti: l’astronauta non può distinguere se sta subendo gli effetti di caduta libera in un campo gravitazionale oppure sia lontano da campi gravitazionali.

Analogamente lo stesso astronauta non è in grado di distinguere se sta subendo un’accelerazione all’interno dell’astronave oppure è soggetto al campo gravitazionale di un oggetto vicino.  Se l’astronauta non vuole sentire la gravità allora deve accelerare, ovvero Einstein mette in relazione l’equivalenza fra la forza di gravità e la forza che l’astronauta subisce in un’accelerazione: sono la stessa cosa. In particolare solo la geometria dello spazio-tempo è il riferimento per capire se abbiamo a che fare con moti accelerati o meno: una traiettoria curva dello spazio-tempo vuol dire che abbiamo a che fare con un moto accelerato, quindi:

  • Le misure di spazio e di tempo sono influenzate anche dal campo gravitazionale in cui lo sperimentatore è immerso; ovvero dal tipo di geometria dell’Universo in cui lo sperimentatore compie la misura.

Einstein pubblicò la teoria della relatività generale nel 1916, e per raggiungere questo risultato, usò il calcolo tensoriale (un nuovo concetti matematico sviluppato dagli italiani Ricci – Curbastro), per legare il tipo di geometria dello spazio-tempo con la distribuzione di massa energia.

Per Einstein la gravità quindi è una curvatura (ricordiamo quanto detto prima che per Newton la gravità è una forza): la massa della Sole per esempio distorce la geometria dello spaziotempo intorno ad esso e su questa nuova ‘geometria modificata’ la Terra percorre il suo cammino intorno al Sole. Ovvero come si dice: la materia deforma lo spazio-tempo e quest’ultimo dice alla materia come muoversi.

Concetto difficile ma che ad oggi è stato ampiamente verificato ed usato in moltissimi campi: negli acceleratori di particelle, nella meccanica celeste (precessione del perielio dell’orbita di Mercurio) nella medicina nucleare, nei reattori nucleari ed nei satelliti artificiali.

Partendo da Galileo, abbiamo visto come sia nato il concetto di relatività, come sia evoluto con Newton ed infine esteso grazie al lavoro di Einstein. Nessuno da solo ha completato il lavoro, ma sicuramente ha contribuito a una parte mancante del concetto di ‘relatività’ e lo ha esteso in ambito più generale grazie all’introduzione di nuovi concetti matematici, rimanendo all’interno della coerenza con le precedenti teorie che diventavano, a mano a mano, semplificazioni od approssimazioni della nuova teoria che la includeva.

Da Galileo a Newton

Contrariamente a quanto si possa pensare, il principio della relatività in fisica non è associato esclusivamente alle teorie elaborate dal grande fisico Albert Einstein (noto come colui che ha cambiato il punto di vista dell’Universo), ma anche ai lavori di altri due grandi personaggi che l’hanno preceduto: Galileo Galilei e Sir Isaac Newton.

Lo scienziato pisano ebbe il merito di aprire la strada al metodo scientifico e studiare analiticamente il moto dei corpi; fervente copernicano dovette affrontare anche l’inquisizione che lo costrinse ad abiurare la sua visione del mondo, e solo nel 1992 ottenne finalmente la riabilitazione da parte della Chiesa. Newton, invece raccolse l’eredità di Galileo e diede un assetto definitivo alle leggi del moto e formulò la legge di gravitazione universale. Dal lavoro di questi tre giganti, partendo da Galileo, è possibile dare una breve digressione storica e una spiegazione qualitativa del principio di relatività cui è giunto Albert Einstein.

Partiamo da Galileo (1564 – 1642), e precisamente nel 1632, anno della pubblicazione de “Dialogo sui due massimi sistemi del mondo”. L’opera tratta del moto dei gravi e della Terra sotto forma di un dialogo fra tre personaggi (Salviati, Simplicio e Sagredo) che si sviluppa in quattro giorni; ci interessa particolare un esperimento ideale condotto da Salviati noto come il discorso del “Gran Naviglio” dove immagina di trovarsi sottocoperta di una nave (senza oblò o altro in moda da non aver alcun riferimento esterno) insieme ad alcuni insetti che volano ed un secchio da cui percolano delle gocce d’acqua che vanno a cadere in un secondo secchio sottostante; l’esperimento viene ripetuto due volte: la prima volta con la nave ferma, mentre la seconda con la nave in moto rettilineo uniforme (pur di moto uniforme e non fluttuante in qua e in là, scrive Galileo).

Galileo, per il tramite di Salviati, conclude dicendo che l’osservatore non noterà alcuna variazione sul moto degli eventi che si svolgono sottocoperta; in pratica un osservatore posto anche lui sottocoperta non è in grado di stabilire se la nave si muove (di moto rettilineo uniforme) oppure è ferma. A questo punto Galileo estende lo stesso ragionamento per analogia al moto terrestre (dove lo sperimentatore in realtà siamo noi stessi sulla superficie terrestre) mettendo in luce il fatto che non si può stabilire l’immobilità assoluta del nostro pianeta basandosi esclusivamente sulla dinamica dei corpi, e formula la prima versione del principio di relatività (galileiano):

  • Tutti i fenomeni si svolgono nello stesso modo, cioè danno gli stessi risultati, per tutti gli osservatori che si trovano in quiete o in moto rettilineo uniforme l’uno rispetto all’altro.

Un particolare osservatore che soddisfi i requisiti sopra descritti si chiama osservatore inerziale e il sistema in cui ha luogo tale esperimento si chiama sistema di moto inerziale, un sistema in cui le leggi fisiche si comportano tutte allo stesso modo.

In un tale sistema tutte le leggi che governano il moto hanno tutte la stessa forma: un osservatore può calcolare i valori delle grandezze fisiche di tempo e spazio relative ad un sistema di riferimento inerziale tramite le funzioni di trasformazione di Galileo: in parole povere le velocità di un corpo si sommano o sottraggono in funzione della direzione (nel caso di moto di una macchina rispetto ad un’altra per esempio, semplicemente si compongono i vettori di velocità).

Frontespizio del 'Dialogo' - Fonte: http://www.astrofilitrentini.it/mat/testi/dialogo.html
Frontespizio del ‘Dialogo‘ di Galileo

Poco dopo la morte di Galileo (dipende dal calendario che vogliamo usare !), quasi a indicare un ideale passaggio di testimone, in Inghilterra in un piccolo villaggio della Contea di Lincolnshire, nasce Isaac Newton (1643 – 1727), uno scienziato che ebbe modo di dedicare tempo non solo alla scienza, ma anche alla ‘res publica‘ (fu anche un inflessibile direttore ed innovatore della Zecca inglese nel 1699); si occupò di meccanica classica e dei moti (come Galileo) all’interno della sua opera più famosa (Philosophiae Naturalis Principia Mathematica). I famosi tre principi della meccanica da lui enunciati (principio d’inerzia, variazione del moto e principio azione/reazione) rappresentano un importante risultato per la fisica; i fondamenti del suo pensiero si basavano sul concetto di spazio e tempi assoluti e ben distinti fra loro. In pratica Newton sosteneva che:

  • per descrivere un fenomeno fisico è necessario avere come riferimento un sistema di coordinate (nel senso di spazio) fisso e assoluto su cui far affidamento per il nostro esperimento. Sosteneva che nell’Universo ci fosse un sistema di riferimento privilegiato definito dallo spazio assoluto e si potesse dimostrare tale esistenza per mezzo di oggetti in rotazione.
  • L’Universo è immobile e rigido la cui forma e struttura è data dallo spazio e dal tempo.

Ecco brevemente l’esperimento che Newton svolse nel 1689: egli prese un secchio pieno d’acqua, lo appese a una corda e lo fece girare su se stesso attorcigliando la corda di sostegno, quindi lo lasciò andare ed annotò cosa vedeva.

Inizialmente secchio inizia a ruotare ma l’acqua rimane immobile a causa dell’attrito (oppone resistenza al moto) e la sua rimane superficie piatta. Col passare del tempo il secchio trasmette il moto all’acqua che inizierà a muoversi e l’acqua quindi assumerà una forma concava (per effetto della forza centrifuga). In sostanza è un esperimento molto semplice, ma di fronte al quale Newton riuscì a porsi una domanda che nasconde un ragionamento più complesso: rispetto a che cosa l’acqua ruota? Rispetto al secchio? All’inizio sicuramente è così, in altre parole esiste un moto relativo tra il secchio e l’acqua (la cui superficie è piana) poi, quando l’acqua vince l’inerzia, il suo moto rispetto al secchio sparisce, entrambi (secchio e acqua) fermi uno rispetto all’altro e la superficie diventa concava. Se si assume il secchio come sistema di riferimento, avviene che esiste un moto relativo (fra secchio ed acqua) quando la superficie è piana, mentre quando non esiste più il moto relativo la superficie è concava.

Newton continua con il suo ragionamento: a un certo punto la corda che sostiene il cerchio non riuscirà più a torcersi ed il secchio si fermerà ma l’acqua, sempre per inerzia, resterà in moto. In questo caso abbiamo ancora un moto relativo fra l’acqua e il secchio, ma la superficie dell’acqua ora è concava (contrariamente a prima che era piana). Con questo esperimento Newton voleva dimostrare che il semplice moto relativo fra i due corpi non riusciva a spiegare la forma della superficie.

Se, come Newton ammettiamo l’esistenza di uno spazio assoluto, nel quale sia sempre possibile avere un sistema di riferimento, possiamo dare una spiegazione, e dire che quando l’acqua inizia a ruotare per poi raggiungere la velocità del secchio, si muove rispetto allo spazio assoluto e a causa di tale movimento la superficie dell’acqua diventa concava fino a che il secchio si ferma. Solo in questo modo, ovvero rispetto allo spazio assoluto, possiamo giustificare le osservazioni sperimentali e renderci conto del moto relativo fra acqua e secchio.

A Newton dobbiamo la formulazione della Legge di Gravitazione Universale, una forza (la gravità) che agisce in tutto l’Universo è valida per ogni corpo; la stessa forza che permette per esempio alla Luna di orbitare intorno alla Terra. Grazie allo studio del moto di Galileo e con il contributo di Newton gli astronomi hanno potuto perfezionare e capire i veri moti celesti e mettere a punto quantitativamente il significato della teoria copernicana. Fra il 1600 e la prima metà del 1800 si assiste al trionfo ed alla validità delle idee di Newton nella meccanica celeste da parte di numerosi astronomi (Lagrange, Laplace, Gauss, Legendre, ….).

Continua

Riferimenti e immagini: