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L’astronautica sovietica

La storia dell’esplorazione spaziale ha rappresentato la realizzazione del sogno più antico dell’Umanità: inviare un uomo nello spazio e farlo rientrare a Terra in sicurezza all’interno di una dedicata capsula spaziale.

Ciò che è accaduto negli ultimi cinquanta anni del secolo scorso rappresenta l’insieme degli sforzi effettuati dalle due principali potenze mondiali (U.S.A. ed U.R.S.S.) per raggiungere questo ambizioso obiettivo: in palio c’era (ed in parte ancora lo è) la superiorità nel campo della scienza e della tecnica, nonché una questione di prestigio ed orgoglio nazionale.

All’epoca questi ideali erano maggiormente sentiti, soprattutto se facciamo riferimento alla contrapposizione delle due ideologie politiche che al termine della Guerra hanno creato due nuovi ordini mondiali.

L’impresa di Yuri Gagarin fu il risultato finale di un intenso lavoro di ricerca, impegno ed investimenti che vide impegnato i migliori scienziati e ricercatori dell’epoca;  come spesso accade, il risultato finale venne realizzato grazie anche agli studi di fisica condotti da alcuni pionieri i quali pensavano che andare nello spazio fosse un obiettivo realizzabile e non relegato in un libro di Giulio Verne.

Fantascienza a parte, la possibilità reale di inviare un essere vivente nello spazio e farlo rientrare a Terra era già stata ipotizzata agli inizi del XX secolo: l’idea di base era di costruire un razzo vettore molto potente in grado di superare l’attrazione gravitazionale terrestre sulla superficie, ovvero una velocità maggiore a quella di fuga sulla Terra: 11 Km/s (circa 40300 Km/h). L’uomo avrebbe trovato sistemazione in un modulo abitativo in grado di garantirgli la sopravvivenza per tutto il viaggio.

Il primo a ritenere realizzabile quest’idea fu Konstantin Ciolkovskij (1857 – 1935): egli formulò l’equazione del razzo che è alla base della propulsione spaziale; essa lega la variazione di velocità con il rapporto fra la massa iniziale e finale del razzo alla partenza. Negli stessi anni ricordiamo anche il lavoro pionieristico del tedesco Herman Oberth (1894 – 1989) che disegnò la prima tuta spaziale e s’impegnò nello studio del funzionamento dei propulsori ed infine Robert Goddard (1882 – 1945), americano, il quale progettò il primo razzo a propellente liquido.

Nel decennio 1920 – 1930 l’intuizione di Ciolkovskij fu confermata e nel corso della Seconda Guerra Mondiale fu approfondita dai tedeschi interessati all’utilizzo dei razzi per scopi bellici. Il principale protagonista di quel periodo storico fu Wernher von Braun (1912 – 1977), da molti considerato il massimo esponente della storia dell’astronautica: grazie a lui si formarono moltissimi scienziati che, dopo il 1945, migrarono alcuni in U.R.S.S. ed altri in U.S.A.

Von Braun progettò le V2, una classe di missili balistici usati durante i bombardamenti tedeschi su Londra nel 1944: essi erano vettori molto precisi ed essendo portati da strutture facilmente manovrabili, rendeva le loro postazioni di lancio difficili da localizzare.

Le due maggiori potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale (U.S.A ed U.R.S.S.) pensarono che i missili balistici intercontinentali (ICBM) con propulsione a razzo fossero il mezzo migliore per trasportare un ordigno nucleare. Iniziò così la corsa agli armamenti che, unitamente alla contrapposizione sul piano ideologico, sfociò in uno stato di tensione ed equilibrio del terrore noto come Guerra Fredda.

Questa situazione portò allo sviluppo di nuove discipline nel campo della scienza come la ricerca nucleare e la missilistica; l’Unione Sovietica fece tabula rasa di quello che rimaneva delle industrie tedesche, appropriandosi della tecnologia delle V2: nacquero così i missili balistici R1.

Sergei Korolev. Fonte http://www.thespacereview.com

Il direttore del programma di ricerca missilistica sovietica dell’epoca era Sergei Pavlovich Korolev (1907 – 1966), un ingegnere ucraino che negli anni 1930 s’interessò della costruzione di razzi a propellente liquido. L’ingegnere, che conobbe i campi di valoro nel 1938, riuscì a realizzare il primo razzo sovietico a propellente liquido e il primo R1.

Dal punto di vista tecnologico l’U.R.S.S uscì vittoriosa nel confronto con gli U.S.A. dalla prima fase alla corsa allo spazio (1948 – 1961) ed il volo di Gagarin, che in seguito descriveremo, rappresenta il punto più alto raggiunto dai sovietici ed una grossa vittoria nei confronti dell’avversario politico; ma da dove nacque questa superiorità sovietica? Una risposta plausibile può essere la seguente: gli U.S.A. erano superiori e più avanzati dal punto di vista della tecnologia nucleare: potevano costruire bombe più leggere e compatte che non richiedevano vettori potenti per il trasporto. Questo vantaggio iniziale divenne uno svantaggio per gli americani nel dopoguerra, quando i russi, che usavano dispositivi nucleari più semplici ma più pesanti, erano costretti ad usare lanciatori più potenti.

L’U.R.S.S. si trovava così in una posizione di vantaggio tecnologico poiché poteva contare su vettore con una capacità di carico maggiore rispetto a quelli americani, quindi più adatti a trasportare sonde, capsule …

L’obiettivo del programma sovietico era ambizioso: mandare il primo essere umano della storia nello spazio in una capsula che lo protegga, compiere un’orbita intorno alla Terra e farlo rientrare vivo. L’obiettivo finale fu raggiunto tramite gli obiettivi intermedi qui sotto elencati: non mancarono anche insuccessi e fallimenti che, come si sa, formano ed aiutano a crescere:

  • Invio di un satellite in orbita intorno alla Terra.
  • Invio di un essere vivente (un cane, una scimmietta) in orbita. Non è richiesta alcuna fase di rientro.
  • Studio della fase di rientro con altri esseri viventi e manichini.
  • Invio e rientro di un essere umano
Vedremo prossimamente come si concretizzò questa fase propedeutica al volo di Gagarin. (continua)

Bibliografia